giovedì 25 aprile 2013

i pensieri di Dio

laggiù era ormai solo un brulicare di gente. gli uomini preparavano valigie che valevano più del loro contenuto eppure non bastavano a contenerlo. si avviavano tutti verso una meta che puntualmente dirottavano per tornare negli anfratti sconnessi del loro comodo casolare. come confuse alterazioni meteorologiche si disponevano in cicli continui senza un vero logico compromesso; un’umanità desiderosa unicamente di desiderare. 

intanto tutto girava intorno ad un unico centro caldo che propagava le sue lance attraverso vetri sporchi di fuliggine. le menti si lasciavano fantasticare da strane congetture metafisiche che le distraevano con lanterne troppo vivide e poco luminose. 



in mezzo a questo baccano di idee c’era lui, in fin di vita. segnava con un coltello arrugginito ogni ruga su un bastone ricoperto di cera, come a voler plasmare se stesso e congelarlo in una forma che nessuno specchio avrebbe più riflesso. e la cera poi la poneva dietro quella finestra dai vetri corrosi, come sacrificio offerto ad un sole che si degnava di lasciarsi onorare solo della fantasia degli uomini. disteso sul pavimento ruvido di una moquette ingiallita, contava con le sue piccole mani le bolle d’aria che creavano la sua bocca, indagando demotivato e indignato sulle coperture che avevano contraddistinto il suo rimorso. che poi non erano così tanti i rimorsi. le pugnalate a cesare erano state decisamente di più.



troppo vecchio per riuscire ancora a contemplare con lucidità l’armamentario di follie che aveva inscenato durante la sua vita. era un tutto distante adesso che non respirava se non all’occhio degli oggetti che lo circondavano. mandava sgomento segnali a se stesso nel tentativo di interrompere il violento crollo cognitivo ed emotivo che rischiava di travolgere ogni cosa, conosciuta e sconosciuta. avanzava ad occhi chiusi fra nubi basse, dense e ventose senza un vero fuoco d’attenzione: pensieri che si facevano strada in mezzo a folle di ghiaccio che si infrangevano al loro passaggio e dietro di lui si rafforzavano come ombre che davano vita al proprio corpo. 



fuori pioveva sabbia, infeltrita da acqua stagnante che invecchiava le strade. piccoli uomini strillavano allegri al muro di fronte, senza che potessero osservare distintamente ciò che accadeva in ogni singola finestra di quel palazzo. c’erano elementi che non erano in grado di distinguere perché più alti delle loro fronti. le ombre (ancora senza corpo) si arrampicavano sull’edera della facciata come topi, fino a raccogliersi tutte sul tetto marcio. finiva così per essere buia la parte più esposta, coperta da quelle ombre che andavano alla ricerca dell’orizzonte più lontano senza badare alle tegole instabili su cui poggiavano

ma dietro quell'orizzonte era solo un silenzio di suoni che i mortali non potevano udire. erano le lacrime di Dio che nella sua onniscienza capiva ciò che stava accadendo.

 Egli osservò: non è la direzione giusta quella che proponi, non puoi andare lì giù e dettare grandi parole a piccole menti. le confondi, rischi di lasciarle precipitare verso un vuoto complicato che li rende impauriti e consapevoli quel tanto che basta per impazzire. si rispose: lancio solo dardi di coscienza, scrivo pensieri importanti e miro a caso nella folla. le lacrime non riuscivano a cancellare la perversa soddisfazione della pesca del giorno. aveva puntato il suo sacro indice su una suora che si masturbava e sul cane di un cieco. poi toccò ad un giovanotto che comprava il pane e ad un ubriaco che vomitava. infine all’anziano signore in fin di vita, che lanciava gli ultimi sguardi al se stesso che non ricordava di aver sempre amato. 



l’uomo all’improvviso capì che si muore in qualunque momento e che non è mai il momento giusto né quello sbagliato. che se si potesse vivere all’infinito ad un certo punto si finirebbe per morirne. si alzò dal letto e camminò avanti e indietro con una forza ritrovata. sguardo basso e fronte larga. indurivano pensieri maledetti che non pensava avrebbero ritrovato la strada fra la rigidità che aveva con cura nutrito. se fossimo i pensieri di Dio avremmo sempre la possibilità di uscirne fuori e mai davvero moriremmo. se fossimo le sinapsi di Dio, la nostra integrità dipenderebbe solo dalla capacità di tenere unite le parti che ci contraddistinguono, organizzate in dualità o in comodi cicli centrifughi che ci danno la possibilità di comunicare con gli altri pensieri. 



l’unità è la morte. la coerenza di concentrarsi sull’unico punto che decidiamo essere il centro del nostro equilibrio, nel preciso istante in cui lo troviamo, ci lascia svanire come un numero di telefono dimenticato o meglio, mai udito distintamente. senza quel “come?” chiesto ad una frase non capita non ci salveremmo dal nulla e non avremmo la nostra rinascita. l’errore di pronuncia di Dio ci caratterizza e ci dona una coscienza superiore. e ci inorgoglisce al punto di voler conquistare le sinapsi che pacificamente ci stanno accanto. 



quasi quasi mi prendo tutto, pensò. mi intrufolo prima nella direzione delle orecchie, per distrarre Dio con le sue ipnosi d’estasi e gli faccio vibrare il timpano come l’arpa degli angeli. mi allargo verso gli occhi e lascio che ogni tramonto da Lui creato lo faccia sentire in un meraviglioso sogno lucido dove possa comunicare finalmente con qualcuno senza la fastidiosa percezione di parlare a se stesso. quando orecchie e occhi saranno già miei, Egli mi cederà spontaneamente altre sinapsi. andrò verso il talamo e aprirò definitivamente i cancelli a tutte le informazioni che il suo mondo può donargli. senza filtri l’identità di Dio inizia lentamente a cancellarsi, come l’onda di un sasso nel mare. si disperderà piacevolmente in Se Stesso mentre finalmente prenderò possesso della sua corteccia; lo lascerò un po’ spaventato di quel sentirsi vuoto e colmo contemporaneamente, della sua incapacità di gestire questa droga che lo invade e lo fa sentire per la prima volta inconsistente. 



immagino che ogni tanto qualcuno ce la fa. si espande tanto da assediare gli ultimi brandelli di Dio nei più nascosti neuroni dell’ipotalamo, dove solo emozioni primitive di sopravvivenza possono resistere a tale intraprendente conquista. e allora subito mi dirigerò lì, cosciente del suo sguardo ormai vago, uno sguardo che non vede e orecchie avide di suoni che non esistono. delicatamente prenderò il suo posto nel controllo dei cicli di respirazione e lascerò che il cuore possa calmare il suo sgomento. mi abbandonerò per l'ultima volta alla cullante consapevolezza di quel che ero e di quello che sarò, abbracciando commosso quell’ultima sinapsi di Dio che luccica tenue nell’ombra. 

l’abbraccerò come fosse l’ultima meravigliosa donna rimasta sulla terra dopo la sciagura più grande dei tempi. l’abbraccerò tanto da unirmi a lei senza accorgermene. e diventerò Dio.



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