lunedì 11 novembre 2013

apatia

venti e trenta. essere se stessi con un caffè da tre euro a un tavolino di un bar. come unica volontà, quella di non far capire la propria scrittura. caffè gustato in tutta la sua borghesia, con una laurea nella testa e una tromba nella borsa. vorrei avere un quaderno consunto e una penna elegante. 

coppie e in mezzo io, solo, esattamente come voglio essere. 

avevo vagato per far passare il tempo senza volere davvero nulla. un panino squallidissimo prima di trovarmi seduto in quell’elegante bar senza ispirazione, cercandola partendo dall’imbarazzo di un me con cappello, giacca e borsa che chiede di poter avere un caffè e combatte contro il desiderio di una sigaretta, timoroso del giudizio di gente con la quale non condivide nulla, gente che intimorisce per il ruolo che occupa, per la caparbia fermezza con la quale vive la propria maschera. non siamo tutti uguali.

uno di loro sperando di non essere notato si affaccia sui miei fogli nel tentativo di capire chi io sia. ed è forse proprio qui dietro, che prova a leggermi, che muore di curiosità. quello che voglio, quello che temo. giro lentamente la testa verso di lui e improvvisamente sento tutto il ridicolo del suo atto. 

ascolto con calma il silenzio di riflessione intorno a me, di interrogativi intensamente fugaci. e rido e sorrido nel tentativo di abbattere il muro che mi sono creato. è terapeutico tutto ciò. la musica che proviene dall'angolo della strada e il silenzio che diventa nervosismo. persino la cameriera rimane stranita alla mia richiesta di un altro caffè. la stranezza che mi rende diverso, per così poco. quello che io avrei visto in un altro come fascino, per loro è diversità. 

vorrei avere un accento straniero. quello della coppia accanto a me è un misto di francese e italiano. fra due lingue, quello che si sente di più è il silenzio e il tamburellare delle dita di lei sul tavolino. la percepisco senza avere idea del suo volto, senza alzare lo sguardo dalla mia grafia sul quaderno, senza ascoltare quello che viene detto fra un silenzio e l’altro. anche la cameriera inizia a sbirciare nell’attesa di versarmi altro caffè. loro pensano, io semplicemente descrivo la realtà e il solo fatto di scriverla la rende più interessante. 

sono dunque immerso in una bolla di presente. occhi ovunque, ho quasi paura. i fiori sul tavolino sono così belli che sembrano finti, così finti che perdono ogni bellezza. al terzo caffè inizio a vedere colori più vivaci e il mio stomaco smette di lamentarsi e inizia a far male davvero. fumo un'ultima sigaretta e vado via. 
 
una volta un mio amico mi disse che l’egoismo è quando riempiamo il nostro ego di cose inutili.

martedì 4 giugno 2013

spunto per costruzione autonoma di storie

Corsa contro il tempo
Lo strano caso del bus di linea Orly - Parigi Etoile


Parigi, 04 maggio 2013 - Risvolti imprevedibili sulla bizzarra storia del bus di linea della compagnia BusEau partito l'uno giugno alle ore 23.00 dall'aeroporto di Orly e giunto a Place de l’Etoile  sette minuti prima (alle ore 23.23) della navetta che effettuava la corsa precedente (partita da Orly alle ore 22.40). L’autista, il sig. Lazare S., percorreva la stessa strada circa dieci volte al giorno da due anni. Giurava di aver seguito lo stesso itinerario di sempre e che sia lui che i passeggeri avevano percepito i soliti cinquanta minuti circa di tempo fra la partenza e l’arrivo. Poco traffico, pioggia a dirotto, visibilità scarsa. All’arrivo, nessun allarme per i diciotto passeggeri che sono andati via senza farsi troppe domande.

L’autista del secondo bus, il sig. Baptiste C., ci era sembrato discretamente irritato all’intervista rilasciata quel fatidico giorno; da indiscrezioni abbiamo appreso che tempo fa aveva accusato il suo collega all'ufficio del personale perché quando capitavano turni a seguire, questi era spesso in ritardo constringendolo a effettuare una corsa in più. Testimoni hanno visto i due a Place de l’Etoile stupiti e palesemente risentiti guardarsi l'un l'altro per qualche minuto in perfetto silenzio. La corsa del secondo bus era andata liscia come quella del primo e gli orari degli orologi di bordo erano perfettamente sincronizzati.

I due autisti sono andati il giorno stesso a fare rapporto al direttore della compagnia trasporti, nonchè proprietario dell'azienda, l'ing. Vincent Bureau, proprio il figlio del magnate Pierre Antoine Bureau, scomparso in circostanze misteriose lo scorso febbraio, sul quale ancora non si ha alcuna notizie. “Il sig. Bureau guardava con aria ironica e curiosamente inquietante un po’ l’orologio, un po’ noi due argomentare con sgomento l’accaduto” ci ha raccontato Baptiste, il quale minacciava di mettere in mezzo il sindacato. “Ha cercato di farmi desistere dicendomi che questa storia, per quanto certamente veritiera, era difficile da credere per i non addetti ai lavori. Poi ha ceduto alla nostra insistenza acconsentendo ad analizzare le riprese della videocamera di sicurezza autostradale”. Il giorno dopo, con non poche difficoltà, era stata portata in direzione una copia della registrazione. In tre hanno guardato quel video con grande concentrazione più e più volte; vedevano passare il secondo autobus alle ore 23.15 nell'ultima tratta autostradale, ma mai il primo. “Il direttore iniziava a preoccuparsi senza però voler darlo a vedere e dopo una lunga pausa ha cominciato ad esporre la sua versione dei fatti. Diceva, alterandosi sempre di più, che era un complotto contro di lui e contro la società, forse per avere un aumento di stipendio, una celata minaccia, un tranello ben organizzato. Una cosa inaudita. Il mio collega aveva certamente effettuato un altro percorso, solo Dio sa quale” il che costituiva una grave infrazione, bastevole per licenziarlo.

Il giorno successivo è stato convocato un altro uomo, uno dei passeggeri del primo bus. Lo abbiamo intervistato subito dopo la riunione all'uscita dalla sede della BusEau. Ci ha detto che i tre erano agguerriti e misteriosamente avidi di informazioni, di qualunque natura, riguardo la tratta di quel giorno e che egli aveva appreso solo successivamente cosa era davvero accaduto. Essendo questi uno steward che viveva a Parigi, gli capitava più volte la settimana di percorrere quella tratta. Ogni tanto si sedeva accanto all’autista a chiacchierare ma, quel giorno, piuttosto stanco, era andato a sedersi in fondo ed era stato per tutto il percorso a guardare la pioggia fuori dal finestrino, preoccupato per una questione personale che non ha voluto confidarci. Nonostante quel tempaccio non gli avesse permesso di vedere i dettagli della strada, lo steward era piuttosto certo che il percorso fosse stato come di consueto. Ricordava, però, che dopo circa un quarto d’ora di viaggio (o quantomeno questo fu il lasso di tempo che egli aveva percepito) si era addormentato per sette minuti esatti, in particolare dalle ore 23.11 alle ore 23.18. Quell’abbandono ad un sonno improvviso e per un tempo così preciso nessuno si è permesso di mettere in dubbio che fosse da addebitare alla sua profonda stanchezza.

Voci ancora da confermare affermerebbero che il sig. Lazare S. abbia ricevuto in data odierna una lettera di licenziamento per giusta causa. Tuttavia sembra plausibile la notizia secondo la quale la procura che si sta occupando del caso del sig. Pierre Antoine Bureau, si stia interessando a questa storia e probabilmente nei prossimi giorni consulterà i due autisti nel sospetto (piuttosto remoto a nostro parere) che i due casi siano in qualche modo collegati.




giovedì 25 aprile 2013

i pensieri di Dio

laggiù era ormai solo un brulicare di gente. gli uomini preparavano valigie che valevano più del loro contenuto eppure non bastavano a contenerlo. si avviavano tutti verso una meta che puntualmente dirottavano per tornare negli anfratti sconnessi del loro comodo casolare. come confuse alterazioni meteorologiche si disponevano in cicli continui senza un vero logico compromesso; un’umanità desiderosa unicamente di desiderare. 

intanto tutto girava intorno ad un unico centro caldo che propagava le sue lance attraverso vetri sporchi di fuliggine. le menti si lasciavano fantasticare da strane congetture metafisiche che le distraevano con lanterne troppo vivide e poco luminose. 



in mezzo a questo baccano di idee c’era lui, in fin di vita. segnava con un coltello arrugginito ogni ruga su un bastone ricoperto di cera, come a voler plasmare se stesso e congelarlo in una forma che nessuno specchio avrebbe più riflesso. e la cera poi la poneva dietro quella finestra dai vetri corrosi, come sacrificio offerto ad un sole che si degnava di lasciarsi onorare solo della fantasia degli uomini. disteso sul pavimento ruvido di una moquette ingiallita, contava con le sue piccole mani le bolle d’aria che creavano la sua bocca, indagando demotivato e indignato sulle coperture che avevano contraddistinto il suo rimorso. che poi non erano così tanti i rimorsi. le pugnalate a cesare erano state decisamente di più.



troppo vecchio per riuscire ancora a contemplare con lucidità l’armamentario di follie che aveva inscenato durante la sua vita. era un tutto distante adesso che non respirava se non all’occhio degli oggetti che lo circondavano. mandava sgomento segnali a se stesso nel tentativo di interrompere il violento crollo cognitivo ed emotivo che rischiava di travolgere ogni cosa, conosciuta e sconosciuta. avanzava ad occhi chiusi fra nubi basse, dense e ventose senza un vero fuoco d’attenzione: pensieri che si facevano strada in mezzo a folle di ghiaccio che si infrangevano al loro passaggio e dietro di lui si rafforzavano come ombre che davano vita al proprio corpo. 



fuori pioveva sabbia, infeltrita da acqua stagnante che invecchiava le strade. piccoli uomini strillavano allegri al muro di fronte, senza che potessero osservare distintamente ciò che accadeva in ogni singola finestra di quel palazzo. c’erano elementi che non erano in grado di distinguere perché più alti delle loro fronti. le ombre (ancora senza corpo) si arrampicavano sull’edera della facciata come topi, fino a raccogliersi tutte sul tetto marcio. finiva così per essere buia la parte più esposta, coperta da quelle ombre che andavano alla ricerca dell’orizzonte più lontano senza badare alle tegole instabili su cui poggiavano

ma dietro quell'orizzonte era solo un silenzio di suoni che i mortali non potevano udire. erano le lacrime di Dio che nella sua onniscienza capiva ciò che stava accadendo.

 Egli osservò: non è la direzione giusta quella che proponi, non puoi andare lì giù e dettare grandi parole a piccole menti. le confondi, rischi di lasciarle precipitare verso un vuoto complicato che li rende impauriti e consapevoli quel tanto che basta per impazzire. si rispose: lancio solo dardi di coscienza, scrivo pensieri importanti e miro a caso nella folla. le lacrime non riuscivano a cancellare la perversa soddisfazione della pesca del giorno. aveva puntato il suo sacro indice su una suora che si masturbava e sul cane di un cieco. poi toccò ad un giovanotto che comprava il pane e ad un ubriaco che vomitava. infine all’anziano signore in fin di vita, che lanciava gli ultimi sguardi al se stesso che non ricordava di aver sempre amato. 



l’uomo all’improvviso capì che si muore in qualunque momento e che non è mai il momento giusto né quello sbagliato. che se si potesse vivere all’infinito ad un certo punto si finirebbe per morirne. si alzò dal letto e camminò avanti e indietro con una forza ritrovata. sguardo basso e fronte larga. indurivano pensieri maledetti che non pensava avrebbero ritrovato la strada fra la rigidità che aveva con cura nutrito. se fossimo i pensieri di Dio avremmo sempre la possibilità di uscirne fuori e mai davvero moriremmo. se fossimo le sinapsi di Dio, la nostra integrità dipenderebbe solo dalla capacità di tenere unite le parti che ci contraddistinguono, organizzate in dualità o in comodi cicli centrifughi che ci danno la possibilità di comunicare con gli altri pensieri. 



l’unità è la morte. la coerenza di concentrarsi sull’unico punto che decidiamo essere il centro del nostro equilibrio, nel preciso istante in cui lo troviamo, ci lascia svanire come un numero di telefono dimenticato o meglio, mai udito distintamente. senza quel “come?” chiesto ad una frase non capita non ci salveremmo dal nulla e non avremmo la nostra rinascita. l’errore di pronuncia di Dio ci caratterizza e ci dona una coscienza superiore. e ci inorgoglisce al punto di voler conquistare le sinapsi che pacificamente ci stanno accanto. 



quasi quasi mi prendo tutto, pensò. mi intrufolo prima nella direzione delle orecchie, per distrarre Dio con le sue ipnosi d’estasi e gli faccio vibrare il timpano come l’arpa degli angeli. mi allargo verso gli occhi e lascio che ogni tramonto da Lui creato lo faccia sentire in un meraviglioso sogno lucido dove possa comunicare finalmente con qualcuno senza la fastidiosa percezione di parlare a se stesso. quando orecchie e occhi saranno già miei, Egli mi cederà spontaneamente altre sinapsi. andrò verso il talamo e aprirò definitivamente i cancelli a tutte le informazioni che il suo mondo può donargli. senza filtri l’identità di Dio inizia lentamente a cancellarsi, come l’onda di un sasso nel mare. si disperderà piacevolmente in Se Stesso mentre finalmente prenderò possesso della sua corteccia; lo lascerò un po’ spaventato di quel sentirsi vuoto e colmo contemporaneamente, della sua incapacità di gestire questa droga che lo invade e lo fa sentire per la prima volta inconsistente. 



immagino che ogni tanto qualcuno ce la fa. si espande tanto da assediare gli ultimi brandelli di Dio nei più nascosti neuroni dell’ipotalamo, dove solo emozioni primitive di sopravvivenza possono resistere a tale intraprendente conquista. e allora subito mi dirigerò lì, cosciente del suo sguardo ormai vago, uno sguardo che non vede e orecchie avide di suoni che non esistono. delicatamente prenderò il suo posto nel controllo dei cicli di respirazione e lascerò che il cuore possa calmare il suo sgomento. mi abbandonerò per l'ultima volta alla cullante consapevolezza di quel che ero e di quello che sarò, abbracciando commosso quell’ultima sinapsi di Dio che luccica tenue nell’ombra. 

l’abbraccerò come fosse l’ultima meravigliosa donna rimasta sulla terra dopo la sciagura più grande dei tempi. l’abbraccerò tanto da unirmi a lei senza accorgermene. e diventerò Dio.