lunedì 6 dicembre 2010

gli specchi

Di notte c'è quel buio che ti permette di immaginarti. Ma in realtà potrebbero essere gli specchi a farti paura, non te stesso. L'energia la trovi nella mancanza di luce, la mancanza ti immagina d'egoismo. L'egoismo te lo puoi permettere solo di notte. Quando gli specchi non funzionano dall'altra parte non hai più nulla da dirti, perchè senza immagine sei un sogno. Nei sogni il buio non esiste. Dall'altro lato il buio non esiste, è la prova dell'irrealtà. Dall'altra parte sei l'altra parte, quella che nello specchio non può vedersi. Quella del tempo che non esiste, quella che non ha bisogno dell'immagine. Senza immagine sei un sogno. Senza sogno sei solo un'immagine.

domenica 24 ottobre 2010

adieu

non è rispetto non è fallimento non è etica non è moralismo non è rancore non è euforia non è candore non è semplicità non è sentimento non è certezza non è amore non è dubbio non è ironico non è serio non è influenzabile non è romantico non è pauroso non è rilassante non è temporaneo non è assoluto non è ossessivo non è palliativo non è simbolico non è intelligente non è razionale non è chiusura non è involontario non è coraggio non è separazione non è peccato forbici invisibili per tagliare un filo invisibile che unisce persone invisibili col sorriso amaro che gode della volontà non è mania non è follia non è simpatia non è gesto non è luce non è parola non è niente davvero non è niente tranquilla non è successo niente non è niente

mercoledì 13 ottobre 2010

freedomsimulator

- la libertà non è avere infinite possibilità…
- la libertà…
- la libertà è avere infinite possibilità e la consapevolezza di averne scelta una
- tu fai le cose così semplici
- è il mio lavoro
- tu, il tuo lavoro, la tua vita, il tuo dannato denaro
- che c’entra il mio denaro
- ma sì, se tu fossi più povero saresti più felice
- io sono felice
- il tuo cane è felice, perché lui i tuoi soldi se li mangia e piscia nel giardino della tua villa
- stai farneticando. e poi fai piano che ci sentono
- chi ci sente? loro sono tutti come te
- loro ci sono e non puoi far finta che non esistono
- no caro, loro non esistono! Io sono sola
- ci sono io
- no, sono sola davanti a mille strade tutte uguali
- prendine una
- l’ho presa
- l’hai presa?
- sì, ma ora ho davanti il doppio delle strade di prima
- torna indietro, prendine un’altra
- non posso
- sì che puoi!
- no, dietro di me c’è un bivio e non ricordo…
- che farai allora
- piangerò fino ad addormentarmi
- dormi allora
- sto dormendo

domenica 10 ottobre 2010

nightmaresimulator

Resisti, vomita, fallo per poter riaccarezzare i tuoi figli, fallo per i tuoi genitori, vomita. Diceva piangendo quell’uomo adulto e bello come un attore dopo aver salvato un altro uomo da un baratro che improvvisamente si era creato fra l’erba secca intorno a quella maledetta casa nel nulla. Erba secca ovunque, alta e minacciosa. E crepitante. Quel fumo che entrava in casa era denso e nero e come vivo, ma bastava un po’ di corrente d’aria fresca a cacciarlo via. Non capiva lui, lasciava moglie e figlio dentro al sicuro e usciva a controllare, col cuore in gola, per la paura di qualcosa di invisibile. Cielo grigio, poco vento e rumori sinistri che provenivano da ovunque. Fino all’orizzonte di quella pianura morta non si vedeva un albero o una sola casa o una strada o una qualunque opera dell’uomo. Solo erba secca e alta. Girando dal terrazzo all’atrio davanti casa finalmente intravide delle fiamme, poche, lontane. Poi un uomo anziano che veniva verso di lui con una vecchia macchina rossa. Era il contadino ed era disperato. Diceva che ormai tutto era finito, ma voleva aiutarlo e mentre cercava di strappare l’erba più vicina alla casa per tenere lontano il fuoco, si aprì quel baratro, la terra lo spinse giù e lui urlava. L’uomo lo afferrò e lo trascinò su, lo fece alzare, sembrava stesse bene. Ma in faccia aveva qualcosa che gli impediva di respirare. Vomita, vomita! No, diceva il contadino anch’egli in lacrime, lasciami morire, per i miei figli, lasciami morire. Lacrime e orrore nel cercare di convincerlo a vivere e gettare tutta la sua angoscia in una piccola scatola di vetro. Vomitò tutto, anche un insetto bianco che sembrava gli avesse succhiato via la vita. Vomitò tutto.

sabato 9 ottobre 2010

2010 - le cose che cambiano


Giocare con l’altro lato della medaglia è come guardarti allo specchio di nuca. E guardarti allo specchio di nuca è assolutamente stupido. Ma giocando si impara. Che le parole sono solo parole, che non puoi sentire se non lo vuoi e non puoi voler sentire. E se anche vivessimo nel mondo al contrario, non cambierebbe nulla. Le prospettive non cambiano le dimensioni, i punti di vista non cambiano l’unità della realtà. Le onde del mare possono rincorrersi senza trovarsi mai o superarsi e unirsi in un istante che non prevede l’eternità. Si amplificano e si scontrano e si annullano e si sciolgono dove l’unica cosa che rimane al sole è solo il sale che brilla come punte d’oro grattate dalla rabbia. Due rette parallele non si incrociano mai e questo va al di là della superficialità delle cose che puoi toccare, al di là della superficie che puoi giudicare, perché ogni linea tracciata dalla realtà si incrocia in un unico punto che non siamo in grado di scorgere. Due rette parallele non si incrociano mai e almeno puoi stare certo che quel punto non esiste in quella finzione che abbaglia l’anima. L’anima che corre spaventata da una luce così forte che annulla la sensorialità. L’altra faccia della medaglia, se la vedi vuol dire che non esiste. Non puoi educare alla morte.

venerdì 24 settembre 2010

2001 - le cose che non cambiano

Catturo nelle stelle un silenzio macchiato da cicale assorte come pensieri mi distraggono dal nulla. Le stelle non sono mie. Da lontano assisto al lucente precipitare di un sogno che tace ogni mio desiderio. Catturo nelle stelle il freddo. Il mistero si rende prigioniero in una grotta controllato da fiaccole sferiche e intermittenti, perfette, chiuse in un ciclo che sfugge alle mie domande. Le dissolve nell’etere buio. Dolce, caldo catrame.

sabato 11 settembre 2010

brainstreaming II - senza occhi

Impazziva all’angolo della piazza, di una piazza troppo buia per poterla notare senza sbatterci contro. Troppo pulita come i vetri infranti di cuori puri. Senza occhi, protetto dagli sguardi altrui.

:

Ala del destino che rincorre frammenti di sabbia raccolti senza senso in ore oziose guardando nubi di fumo ammorbidire nella pioggia lacrime che dal ghiaccio trasformavano la terra in serbatoio di odori. Dolori. Il respiro corto che basta a sopravvivere e che diviene consapevole al momento del risveglio. Tosse mattutina che non dimentica il sonno rumoroso della notte.

Ingombro di possibilità non credeva più ad un singolo alito di saggezza e oltrepassava discariche di mare. Colava dal suo cervello una lava di inutile polpa confusa e burrascosa. Come sangue, come idee carnee. Compiacendosi di quello svuotarsi perché avrebbe fertilizzato altra vita. Come nasce da caos altro caos sistemato e sistemico che può condurre forme di energia conoscitiva impregnate da logica irrazionalità. E dal caos, casualità concrete che dimostrano qualcosa al di là di un destino non creduto. 

Intanto sentiva quella tromba, ancora una volta distante, echeggiante tra i vicoli di una città. Vicoli dai palazzi alti e sontuosi ma sporchi di storia. Ancheggiava la città e le luci affievolite dal vento brillavano instabili e calde da riscaldare l’aria. L’aria cullata dalla sua voce, perché era lei che declamava sorrisi dolci come uva troppo matura e sfatta. Dolcissimi. Sorrisi cantati con voce incomprensibile e per questo fascinosa come una figura che fuma solitaria su un tavolino del tramonto. 

A volte costeggiamo momenti di alacre follia senza lambirli un istante per non sporcarci le mani di sapienza. Come grammofoni senza puntina che danneggiano senza dire nulla. Visi allibiti, velieri abbattuti, vene abboccanti a vasi avallati da velleità astruse. Allineati velocemente, astri vetusti, arpeggi vagamente allucinanti e vacillanti. Momenti di strana veggenza che non derivano da alcun modo di vivere. Provenivano dalla cocente ferocia di un lupo senza scrupoli (come amanti parsimoniosi che non condividono il letto). Gocce di sudore scendevano dalle estremità sul pavimento già ammoniacato. Non c’è più la schiavitù di un tempo. Povero tempo. Maleodorante melma mollemente medicamentosa. Cecità di volti conosciuti in guerra che sono gli stessi di una vita mal guardata. 

Un dio che non obbedisce alle credenze degli uomini non merita di esistere. 

Premura inconsueta, premura pressante che non lascia scampo al tempo e lo supera e lo denigra. Premura benevola che vola senza dar segno di sé e corre corre senza guardarsi indietro. Premura inoffensiva che non calpesta nella sua veemenza. Premura che perdona ogni tuo passo ma lo ignora se sarà troppo lento e non si lascia seguire. 

Lento lascivo presagio di riflessione. Lenta pesantezza che trascini su un terreno ferito. Ombre allungate e molli.
Molla tutto.
.

Aquiloni che fanno volare le mani dei bambini e la terra che corre sulle mie gambe. La terra che riscalda il sole, la musica che mi ascolta, le foglie dell’albero che accarezzano il vento e un profumo che emana gelsomini. Le luci che guardano i miei occhi, gli stessi occhi che chiudono il sonno. Scogli che si infrangono fra le onde e mare che naviga navi. Abiti che mi indossano, l’aria che mi respira. Il mio viso sgorga dalle lacrime per tristi parole che mi pensano.

mercoledì 25 agosto 2010

james joyce - ulisse

Ombre silvane attraversavano fluttuando silenziose la pace mattutina dalla
cima della scala verso il mare dove egli teneva fisso lo sguardo. Sulla
spiaggia e più al largo biancheggiava lo specchio d'acqua sommosso da piedi
frettolosi dai leggeri calzari. Bianco seno di fosco mare. Vocaboli paralleli,
a due a due. Mano che pizzica le corde dell'arpa congiungendo gli accordi
paralleli. Biancondose appaiate parole baluginanti sulla fosca marea.

____


Il vuoto incombe certamente su tutti quelli che tessono il vento [...]

martedì 17 agosto 2010

calamita di fumo

Noia e inquietudine. 
Calamita di fumo, di un fumo senza odore che protegge gli sguardi. Fumo senza odore che si impregna di quegli sguardi, tiene tutto senza cederlo e lascia impronte labili. Nasconde nell’amara leggerezza occhi fumosi e concreti che afferrano vapori irreali. Noia e inquietudine immortalate negli stessi sguardi che chiedono senza desiderare e si disperdono al primo soffio di vento. 
Calamita di fumo e calamita del fumo di altre voci che senti ma non vedi. Come un richiamo di sirene che inebria l’anima di altre sirene. Perché il fumo ti ha sciolto gli occhi. 
Noia e inquietudine e sguardi. Che vogliono sciogliere tutti gli altri occhi. Noia e inquietudine e rabbia che non puoi sentire come non puoi vedere i tuoi stessi occhi senza rifletterli negli altri.

giovedì 15 luglio 2010

brainstreaming

[...] L’ombra che capeggiava quel paesaggio così torbido meravigliava persino il rendimento di un autunno falsificato da miti e discorsi poco pratici. In fondo non voleva dire nulla di più di quanto riusciva a comunicare con lo sguardo, perso fra nuvole nere di pioggia. E le idee come fulmini duravano davvero poco, tanto da poter affermare di averle vissute senza ricordarsene. Erano lì e scivolavano alla velocità della luce nella voragine del suolo elettricamente bagnato. Scaraventate le idee risultavano inutili anche se consistenti. Si perdevano nella terra raggiungendo il tutto senza afferrarne niente. La testa fra nuvole temporalesche, idee che esplodono. [...]

giovedì 24 giugno 2010

last blues, to be read some day

‘T was only a flirt
you sure did know -
some one was hurt
long time ago.

All is the same
time has gone by -
some day you came
some day you’ll die.

Some one has died
long time ago -
some one who tried
but didn’t know. 

cesare pavese


martedì 15 giugno 2010

la vita è breve (centoventinove secondi)

solo sensazioni di panico e dolore poi subito dopo i nodi del pensiero iniziarono a trovare le loro prime parole e prima cosa fu la luce che non riuscivo a contenere troppa luce e troppa aria leggera e fredda che quasi soffocavo e i rumori iniziavano ad avere un significato spaziale che mi lasciava percepire ciò che avevo intorno e vidi in ordine il mio pollice la mia mano il braccio il bianco del cuscino l’occhio di una donna il suo naso la sua bocca che baciai ardente di desiderio e fame poi soddisfatto iniziai ad amare il mio corpo che adesso potevo riconoscere e la mia anima che non aveva i confini del corpo ma che abbracciava e possedeva tutto quello che c’era nella stanza compresa quella donna durò pochissimo perché la donna si allontanò e sperimentai che ci sono molti modi di soffrire dopo ventisette secondi camminavo e vegliavo il corpo senza vita di mia madre vortice di domande e ribellione piangevo e parlavo con quell'altra donna dagli occhi di ghiaccio stessa età e stessa sorte mentre ancora le parole si accavallavano e si impastavano in significati immaturi dopo dodici secondi intuii i suoi occhi e la baciai e provai quell’altro amore che ancora non conoscevo e parlavamo accaldati sul letto che avrebbe visto nascere nostro figlio e iniziai ad avere paura e a pensare di aver vissuto già tanto senza nemmeno la consapevolezza del mio tempo così in fretta tutto così in fretta lo diceva sempre mia madre e diceva pure che se ci fosse stato concesso più tempo lo avremmo lasciato fuggire noi qui che crediamo di braccare gli istanti e i secondi come i cristalli di tempo più preziosi che abbiamo disse così cristalli di tempo parlavamo accaldati e sapevo che quella era la cosa più bella che mi sarebbe capitata nella vita e ricominciai a piangere perché l’avrei voluto provare ancora avrei passato intere ore con lei su quel letto a parlare e fare l’amore dieci venti volte e glielo dissi e lei mi guardò e mi accarezzò e mi disse di piangere tutte le lacrime e risparmiare solo sorrisi per nostro figlio solo sorrisi e condividere con lui la leggerezza dell’infanzia che non ho avuto ancora mi asciugavo il viso mentre nasceva mio figlio e mentre il ventre di lei diventava già poco accogliente per un’altra creatura e cresceva su quel letto guardando gli altri figli invidiandoli perché più grandi e poi perché più piccoli e lo guardavo crescere sentendo la felicità di vederlo così curioso e meravigliato figlio della mia vita poterlo stringere e poter sperare per lui i secondi che sono i cristalli di tempo più preziosi che abbiamo e quei secondi si allungavano come l’ombra di quell’unico sole nella vecchiaia che non ha avuto occasione di rendermi saggio morivo dopo centoventinove secondi dalla mia nascita cinquantaquattro secondi accanto a mio figlio e una vita intera con lei senza aver avuto il tempo di smettere di desiderare altro

sabato 12 giugno 2010

olio essenziale di vogliadipartire

quel giorno lasciai il paradiso. nelle orecchie i rolling stones. il mare non era così calmo da sembrare finto e già assorbiva il nero della notte. l’orizzonte ancora nitido, uno sfondo di nuvole sfocate rosse dietro a piccole e nette sagome grigie. queste sono prove inconfutabili che in realtà dio è monet… respiravo la musica e sorridevo. lasciavo quei colori che non avrebbero mai smesso di stupirmi ma mi portavo dietro i miei occhi. lasciavo il paradiso, come se qualcuno quel giorno stesse cercando di farmi cambiare idea. invece tutto ciò mi rassicurava che non stessi fuggendo da nulla. partivo solo con i miei occhi. svuotati nell’istante in cui il cielo si confuse col mare. [...]

mercoledì 2 giugno 2010

antoine pol - les passantes

Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu'on aime
Pendant quelques instants secrets
A celles qu'on connaît à peine
Qu'un destin différent entraîne
Et qu'on ne retrouve jamais

A celle qu'on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre
Et qui, preste, s'évanouit
Mais dont la svelte silhouette
Est si gracieuse et fluette
Qu'on en demeure épanoui

A la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysage
Font paraître court le chemin
Qu'on est seul, peut-être, à comprendre
Et qu'on laisse pourtant descendre
Sans avoir effleuré sa main

A la fine et souple valseuse
Qui vous sembla triste et nerveuse
Par une nuit de carnaval
Qui voulut rester inconnue
Et qui n'est jamais revenue
Tournoyer dans un autre bal

A celles qui sont déjà prises
Et qui, vivant des heures grises
Près d'un être trop différent
Vous ont, inutile folie,
Laissé voir la mélancolie
D'un avenir désespérant

A ces timides amoureuses
Qui restèrent silencieuses
Et portent encor votre deuil
A celles qui s'en sont allées
Loin de vous, tristes esseulées
Victimes d'un stupide orgueil.

Chères images aperçues
Espérances d'un jour déçues
Vous serez dans l'oubli demain
Pour peu que le bonheur survienne
Il est rare qu'on se souvienne
Des épisodes du chemin

Mais si l'on a manqué sa vie
On songe avec un peu d'envie
A tous ces bonheurs entrevus
Aux baisers qu'on n'osa pas prendre
Aux coeurs qui doivent vous attendre
Aux yeux qu'on n'a jamais revus

Alors, aux soirs de lassitude
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir
On pleure les lèvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l'on n'a pas su retenir

giovedì 20 maggio 2010

trenta secondi

silenzio        shrom (spufff) shrom (ssshhhhssss). spuff shrrrhh (fffffffhhhfff, ssshhhhh). shrm shrm (sssssspuff) sssshh. (uuuuhhhhsssshhh) shroooom sssshrom. spuf spufffff (sssssshhhh)

no
schiuma di lacrime e un vento che mi schiaccia l’anima qui l’anima qui la indico qui qui
dolore

silenzio         shrom (spufff) shrom (ssshhhhssss). shrm shrm (sssssspuff) sssshh. (uuuuhhhhsssshhh) shroooom sssshrom. spuf spufffff (sssssshhhh) spuff shrrrhh (fffffffhhhfff, ssshhhhh).

le onde più alte sono il limite con la mia morte le onde più alte sono il limite con la mia morte le onde più alte sono il limite con la mia morte
il suono delle onde che frantumano quello scoglio voglio essere quello scoglio le onde più alte sono il limite della mia morte
schiuma di lacrime le onde del vento asciugano la schiuma voglio essere quella schiuma

silenzio        spuff shrrrhh (fffffffhhhfff, ssshhhhh). shrm shrm (sssssspuff) sssshh. shrom (spufff) shrom (ssshhhhssss). (uuuuhhhhsssshhh) shroooom sssshrom. spuf spufffff (sssssshhhh)

il mio silenzio il suo rombo sordo lo amo il mio silenzio il suo fracasso il suo rumore violento lo amo cazzo silenzio cazzo

lacrime di schiuma solo poche nessuna poche sotto la fronte corrugata solo lacrime di schiuma perché perché
lui fa il lavoro sporco io il silenzio di un sordo rombo rivoltato fracassato rumore rotto arrugginito
dal sale

il dolore e il rumore della carne gli occhi sono secchi nessuna lacrima è il vento 
no

silenzio        shrom (spufff) shrom (ssshhhhssss). shrm shrm (sssssspuff) sssshh. spuf spufffff (sssssshhhh) (uuuuhhhhsssshhh) shroooom sssshrom. spuff shrrrhh (fffffffhhhfff, ssshhhhh).

non si ferma lui non può io mi fermo lui no io nemmeno
non devo dormire non devo dormire non devo dormire non devo dormire non devo dormire non devo dormire
e vomito solo acqua

silenzio         shrm shrm (sssssspuff) sssshh. shrom (spufff) shrom (ssshhhhssss). spuff shrrrhh (fffffffhhhfff, ssshhhhh). (uuuuhhhhsssshhh) shroooom sssshrom. spuf spufffff (sssssshhhh)

infinito silenzio sbuffante e schiumoso pietà cristo pietà 
cristo fronte corrugata non devo chiudere gli occhi non devo

freddo silenzio freddo
schiuma di lacrime fredde brividi e pugnali sudore freddo onde fredde freddo freddissimo freddo

dolore rumore freddo

impara a camminare cammina voli?
no

cammina ondeggia ondeggio ondeggio e il vento secca gli occhi e il sale li brucia vento acqua sale occhi che ondeggiano

dolore

-

vento senz’aria
dov’è l’aria il mio fiato dov’è polmoni piccoli gola secca senza fiato occhi sale acqua vento dolore rumore freddo

silenzio

venerdì 14 maggio 2010

neruda

"Puedo escribir los versos más tristes esta noche.

Escribir, por ejemplo: "La noche está estrellada,
y tiritan, azules, los astros, a lo lejos."

El viento de la noche gira en el cielo y canta.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Yo la quise, y a veces ella también me quiso.

En las noches como esta la tuve entre mis brazos.
La besé tantas veces bajo el cielo infinito.

Ella me quiso, a veces yo también la quería.
Cómo no haber amado sus grandes ojos fijos.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Pensar que no la tengo. Sentir que la he perdido.

Oir la noche inmensa, más inmensa sin ella.
Y el verso cae al alma como al pasto el rocío.

Qué importa que mi amor no pudiera guardarla.
La noche esta estrellada y ella no está conmigo.

Eso es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.
Mi alma no se contenta con haberla perdido.

Como para acercarla mi mirada la busca.
Mi corazón la busca, y ella no está conmigo.

La misma noche que hace blanquear los mismos árboles.
Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.

Ya no la quiero, es cierto, pero cuánto la quise.
Mi voz buscaba el viento para tocar su oído.

De otro. Será de otro. Como antes de mis besos.
Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.

Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.
Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.

Porque en noches como esta la tuve entre mis brazos,
mi alma no se contenta con haberla perdido.

Aunque este sea el ultimo dolor que ella me causa,
y estos sean los ultimos versos que yo le escribo."

martedì 4 maggio 2010

mandorle amare

S’immaginò un mondo di favole amare, favole del sentire gigante come la felicità stessa, ma amare, come il sapore delle mandorle più velenose. Menzogne d’odori che però illuminano l’anima. Poco prima di morirne. Il potere di scegliere. Non mangiarle. L’olfatto è il senso del desiderio.

“Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusto. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai.”

Il desiderio è il profumo di mandorle amare.

sabato 1 maggio 2010

bastava un soffio ma fu tempesta

          Bastava solo un soffio ma fu tempesta.
E il bacio ipnotizzato dalle candele diventò la più lunga notte d’amore.
         
          Bastava solo un soffio per spegnerle ma fu tempesta.
E la voce che doveva sussurrare buonanotte svegliò persino i bambini che giocavano nel sonno. I bambini giocavano nel loro sonno quando qualcuno si lanciò verso di loro urlando. L’urlo li spaventò così tanto che non riuscirono più a dormire e quella voce li fece diventare tutti sordi.
           
          Bastava solo un soffio ma fu tempesta di suoni.
E il tocco leggero che voleva abbandonare al brivido di un sorriso colpì lasciando una cicatrice nera e fumante. Fumo nero senza origine. Il sangue non esiste.

          Bastava solo un soffio di fumo ma fu tempesta.
E il ricordo cancellato risvegliò i sensi persi. Il muro gemeva nella terra quando il Signore mi vide e mi sorrise con benevolenza. Ma io non vidi Lui, leggevo a pancia in giù.

          Bastava solo il soffio di Dio ma fu tempesta.
E davvero bastava un solo soffio ma ce ne furono così tanti che le carezze iniziarono a strappare i capelli. Le ultime papille gustative rimaste avevano bisogno di sapori troppo forti. Il resto serve solo a nutrire.

          Bastava solo un soffio di vento, uno solo, una volta al giorno prima di andare a dormire. Ma fu la tempesta che ora mi circonda. E ora l’occhio del ciclone mi guarda dall’alto. Per quanto tempo riusciremo a camminare protetti dal suo sguardo?

giovedì 29 aprile 2010

streaming

Si abbatte un aereo sul fronte nemico, un aereo che volava troppo lontano per essere vero ed egoista. Mangiava foglie di grano senza dubitare affatto della considerazione di menti superiori. Veleggiava in fondo al mare come se si indisponesse della superficie pianeggiante e monotona della notte. E quella luna era fin troppo piena col suo illuminare ogni casa dai tetti bruni e ogni foglia nera che non sorgeva e non desiderava altro. Perplesso sul da farsi inventò una macchina del tempo che gli potesse servire da autista verso coste lontane dove ognuno è libero di giudicare i propri errori senza che altri giudichino i tuoi. Un luogo lontano dove le novelle non sono nuove e non sono buone e dove solo la neutralità e la meschinità dello stesso fogliame si apre al libro dell’universo. Comprensibili nuvole di vapore stancavano ogni dardo di fuoco scaturito da lunghi discorsi arsi per mano di un filosofo per nulla innocuo. Imbattendosi su quel muro con tanta violenza che la morte poteva apparire solo una solitudine in compagnia. Folle ogni cosa che destava la sua attenzione e lui stesso non riusciva a destarsi. Sogni che non finiscono o che finiscono troppo in fretta. Che in fondo è la stessa cosa.

venerdì 9 aprile 2010

eugenio montale

"Arsenio" (lei mi scrive), "io qui asolante
tra i miei tetri cipressi penso che
sia ora di sospendere la tanto
da te per me voluta sospensione
d'ogni inganno mondano; che sia tempo
di spiegare le vele e di sospendere
l'epochè.

Non dire che la stagione è nera ed anche le tortore
con le tremule ali sono volate al sud.
Vivere di memorie non posso più.
Meglio il morso del ghiaccio che il tuo torpore
di sonnambulo, o tardi risvegliato".

BOTTA E RISPOSTA I
Il tu

giovedì 1 aprile 2010

favole di carta

le favole non dicono niente ma parlano ed è una gran fortuna se qualcuno le sta ascoltando mentre parlano. le favole sono dedicate a chi crede di essere il dedicatario. le favole sono belle perché hanno una fine senza un fine. le favole non dicono niente e non vogliono dire niente e non piacciono ai bambini adulti perché loro non sanno leggere. le favole non sono scritte, solo che qualcuno ogni tanto le acchiappa e cerca di infilarle in una cesta di carta. le favole non sono di nessuno.

domenica 28 marzo 2010

l'uomo dei sogni

C’era una volta un uomo di nome Ipnos che viveva nei sogni della gente. Era abituato a vedere persone volare, sentire il tempo dilatarsi e lo spazio trasformarsi improvvisamente. La sua giornata iniziava la notte quando tutti andavano a dormire e lui sceglieva qualcuno che lo ospitasse nel proprio sogno. La gente continuava a scambiarlo per qualcun altro e a chiamarlo con nomi sempre diversi, tant’è che non riusciva più a ricordarsi quale fosse il suo.

Una notte, dopo aver fatto l’amore con una donna che sognava il suo amante e dopo essere fuggito da un terribile incubo di un bambino che il giorno prima aveva colpito e ferito un cane con l’arco che gli aveva costruito il padre, si imbatté in un sogno senza immagini. Incuriosito da questa oscurità rimase a lungo ad attendere che succedesse qualcosa. C’era un meraviglioso profumo di cioccolato al latte, ne sentiva l’inconfondibile sapore un po’ troppo dolce misto ad una calda sensazione di estranei ricordi giovanili dell’odore forte e rassicurante di una mamma senza lineamenti che prepara una torta. Improvvisamente sentì toccarsi il volto e una voce maschile gli chiese chi fosse. Non capitava spesso che la gente lo interrogasse in maniera così diretta e sfacciata e lui, come era solito fare in casi simili, disse parole biascicate e insensate per lasciare che l’immaginazione del suo ospite facesse la propria parte nell’attribuirgli l’identità di qualcuno a lui conoscente. Ma l’uomo ripeté la domanda con una lucidità che Ipnos non aveva mai sentito. Non sapendo che rispondere disse semplicemente: - sono un sogno… tu chi sei? – sono un sognatore cieco dalla nascita. – è per questo che qui è tutto così scuro? – credo di sì, io non conosco altro che questa realtà, non so cosa siano le immagini o le forme o i colori, ne ho solo sentito parlare dalla gente, ma non posso davvero capirli.

Ipnos, pensieroso continuò a fargli altre domande, ma l’altro iniziò a sognare di parlare con suo cugino di quanto fosse morbido il sedere di non so quale donna incontrata anni fa e altro di cui la mattina dopo si stupì e vergognò profondamente. Ipnos capì che quello del suo ospite era solo uno di quei rarissimi momenti fugaci di coscienza nel sogno. Ma rimase impressionato: anche lui in fondo non conosceva altro che questa realtà fumosa e mutevole, anche lui aveva sentito parlare di una realtà più reale di questa ma non poteva fino in fondo comprenderla. Per due anni ogni notte andò a trovare quell’uomo senza riuscire più a parlare sensatamente con lui, fino a quando quella oscurità gli diede tanto fastidio da decidersi ad abbandonarlo per cercare risposte alle sue confuse domande altrove.
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Dopo aver attraversato ogni sorta di sogni, dai più osceni ai più romantici a quelli più realistici e crudeli, una assolatissima notte d’estate si intrufolò in una vecchia casa in riva al mare e in una stanza fresca con una finestra spalancata, Ipnos trovò se stesso che dormiva. Si guardava ed era così serenamente assopito che senza accorgersene iniziò a camminare in punta di piedi. Girò intorno al letto, perplesso e attento come un bambino davanti uno specchio. Si accovacciò lì vicino sul pavimento per sentire il suo respiro profondo e perdersi nel fruscio delle lenzuola bianche sul suo petto che gli donava inspiegabilmente un senso di pienezza e pace. Dopo un po’, mentre stava ancora seduto lì solo con se stesso, sentì all’improvviso delle voci giovani e allegre provenire dal mare e, dalla porta semiaperta, entrò una ragazza che distrattamente rideva guardando dietro come se qualcuno da fuori le stesse ancora parlando di qualcosa di divertente. Una volta dentro chiuse la porta e si avvicinò al letto, si sciolse i capelli, sistemò il cuscino e gli accarezzò il viso. Poi mise un vaso sul davanzale della finestra, lo riempì di acqua di mare e ci infilò delle ginestre profumate. Infine prima di andare via sembrò notare Ipnos seduto a terra che la guardava incantato e come se lo avesse riconosciuto, accennò un sorriso.

La sentì ridere e chiacchierare mentre dietro di sé echeggiava solo il suono di un mare levigato dalle lame dello scirocco. Il sole calò e dopo il tramonto anche l’uomo dei sogni andò via, lasciandosi dormire e sognare come sempre.

[1] [NdA: il vecchio cieco dovette andare da uno psicoanalista perché ossessionato da uno strano sogno ricorrente in cui percepiva un uomo che a volte riconosceva come suo cugino parlargli in una lingua astrusa, incalzandolo con domande incomprensibili e angoscianti]

lunedì 22 marzo 2010

... un mare che si fosse pietrificato in un attimo in cui un cambiamento di vento avesse reso dementi le onde. [da Il Gattopardo]

dreamsimulator ?

Il simulatore di sogni è ciò che più si avvicina alla realtà. Come le doppie negazioni che si annullano a vicenda. Viviamo come se sognassimo e sogniamo come se vivessimo ma una vita senza sogni è come un sogno senza vita. Il simulatore di sogni è la realtà come la vogliamo noi, è la vita come un sogno cosciente in cui fingiamo di fingere. Dovremmo provare a vivere come se stessimo per svegliarci o a sognare come se potessimo morire ancora immersi nel sonno.

I dettagli rallentano il tempo e il tempo amplifica i dettagli. Ci stupiranno e ci faranno crescere. Percepiamo i dettagli come l’infinitamente piccolo che coincide con l’infinitamente grande. I dettagli ci sfuggono nei sogni dove sentiamo le cose come entità senza volto. Nel simulatore di sogni della realtà possiamo assaporarli con tutti i sensi e inserirli nelle stesse entità che fugacemente riusciamo ad afferrare senza comprendere. Entità di persone, di emozioni, di pensieri, di immagini e immaginazione.

Nel simulatore di sogni siamo noi che pilotiamo la nostra vita all’interno di uno schema che necessariamente non può essere valicato ma di cui non vediamo nemmeno il confine dell’orizzonte. Perché chiederci quanto sia grande e cosa c’è oltre quando potremmo semplicemente viverlo senza riuscire ad annoiarci nemmeno un istante? Abbiamo tutto ciò che ci serve per poter pilotare, ora dobbiamo solo imparare a farlo.

sabato 20 marzo 2010

la scelta

Aspetta. Immagina che all’età di 85 anni ti sia stato offerto di tornare indietro nel tempo, ad un giorno preciso del tuo passato che hai potuto scegliere, dimenticando però tutto quello che è successo dopo. Immagina che tu abbia accettato e che avessi scelto precisamente il giorno e l’ora in cui stai leggendo questo. Ora non sai perché tu abbia scelto questo momento, eppure l’hai scelto. Fermati e chiediti il perché...

venerdì 19 marzo 2010

candele di plastica (parteprima) - la veglia dell'acero

candele di plastica, fiori morti e velluto nero. puoi sorridere solo con gli occhi tristi. occhi che non vedono, orecchie che non sentono, parole che non dicono, baci che non salutano, abbracci che non consolano, sguardi che non capiscono.
candele riciclate di plastica riciclabile, fiori che si fingono vivi, velluto lavabile a mano. festa di morti che vegliano un pezzo di legno di discreta qualità. che quell'acero possa riposare in pace.

candele di plastica (parteseconda) - dio a radiofrequenze

mentre il coloratissimo sacerdote diceva che il Suo bastone gli dà sicurezza, dio comunicava tramite frequenze FM (ricevute da una cassa profeticamente danneggiata) il notiziario delle 10 e successivamente della buona musica swing intervallata da pudica e genuina pubblicità celestiale. tutti convinti di sentire delle voci, tranne il sacerdote che predicava col suo accento south-paradise e metteva musica sacra sul suo nuovo sacro stereo kenwood che umilmente (ma non sempre tempestivamente) obbediva al sacro telecomando appoggiato accanto al corpo di cristo. suddiviso in comodi dischetti di ostia del diametro di 23,25 mm.

wolfgang j. goethe

"Fino a che uno non si compromette, c’è esitazione, possibilità di tornare indietro e sempre inefficacia. Rispetto a ogni atto di iniziativa (e creazione) c’è solo una verità elementare, l’ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente, anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare, cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso."
Wolfgang J. Goethe

il corpo di Anemos

C’era una volta, in un paese lontanissimo da qui (così lontano che ancora molti dubitano della sua esistenza) un uomo senza corpo. Anemos - così si chiamava - sapeva ascoltare, sbuffare, sognare, amare e odiare. Sentiva i suoni nascosti delle voci e percepiva i profumi più di chiunque altro. Vedeva oltre le forme e i colori, vedeva l’essenza dell’essere anche nelle notti più buie. Ma non aveva corpo. Ascoltava i pensieri della gente e le persone avvertivano la sua presenza e lo accoglievano per assaporare la leggerezza con la quale impregnava la loro mente. Vagava incuriosito del mondo che intuiva senza afferrare. Si nutriva di quegli stessi pensieri e degli sguardi persi nel suo vuoto. Ma non aveva corpo.
Un giorno un mago di nome Kapnos lo fece chiamare urgentemente dalla sua serva perché voleva parlargli di una nuova formula magica che gli avrebbe concesso un corpo. Anemos accettò di parlare col mago il quale gli propose un bellissimo corpo col quale avrebbe potuto toccare ma non essere toccato e avrebbe potuto vedere realmente come gli altri veri esseri umani ma senza essere visto. L’uomo aveva un animo curioso, non aveva paura e si abbandonò a quell’offerta.
Uscì dalla casa del mago sentendo il calore dei muscoli che lavoravano per farlo camminare, il suo respiro che condensava in nuvole di vapore, i capelli che gli solleticavano la fronte e sorrise e sentì le sue guancie che si piegavano in rughe profonde e il cuore che vibrava dentro il petto. Poi il freddo alle mani che mise subito dietro la nuca calda ed era felice e le lacrime gli bagnarono il volto e ne sentì il sapore salato. Iniziò a correre e quando fu stanco si sedette e si lasciò riposare dalla forza di gravità e dalla morbidezza della sabbia con la quale si coprì e quando si svegliò svuotò la vescica e sentì il calore e il brivido dell’appagamento. Vide l’alba con i suoi colori che per la prima volta nella sua vita non avevano altro significato se non quello del sole che nasce per riscaldare il suo corpo. La gente aveva un viso e dei lineamenti che potevano essere piacevoli o sgradevoli e quelli piacevoli lo facevano sentire allegro e gioioso. Non si stancava mai di assaporare ogni singola parte di se stesso, ogni piega del suo corpo, ogni incavo e ogni protuberanza. Si studiava, si toccava, si odorava, si guardava allo specchio e si piaceva.
Dopo tre settimane tornò alla casa del mago per ringraziarlo della felicità donatagli, ma una volta arrivato scoprì che Kapnos era morto; era dentro una bara nera al centro della stanza e una ragazza cieca gli teneva la mano freddissima piangendo piano, col volto sereno. Le si avvicinò, le accarezzò i capelli e le soffiò sul collo e lei capì che era lui. - Che è successo? – è morto – perché? – perché era stanco del suo corpo – come ti chiami? – Orama – Orama, sei così bella… vieni via con me, starai con me e ti racconterò tutte le cose meravigliose che mi ha regalato il tuo mago e poi ti addormenterai sul mio petto e sentirai il battito del mio cuore e il mio respiro – non posso, non ti vedo come non vedo il mio mondo da quando gli occhi hanno pianto tanto da smettere di vedere e non posso toccarti perché sei irreale come l’amore stesso. Accettando il corpo hai colto la concretezza del tuo essere ma hai smesso di esistere per gli altri e per me. Sei solo adesso.
Anemos arrossì e disperò. Si piegò al peso del suo corpo e sentì la pelle lacerarsi alla ruvidezza del pavimento, la testa pulsargli dal dolore, il cuore battere fino alla gola. Poi si alzò, le si avvicinò e le disse – allora ti starò accanto senza esistere. E nello stesso momento in cui smise di esistere, Orama riacquistò la vista proprio sul corpo di Anemos senza vita ai piedi della bara del suo mago. E sorrise.

dreams simulator 2010 (LimitEd)

In un mondo virtuale, io e il mio amico senza volto stiamo volando su un aereo senza ali. Lui sta pilotando, ma ha paura. Io ne ho quanto lui, ma cerco di sembrare tranquillo per evitare di mettere nervosismo in più. Si parla di quanto sarebbe brutto precipitare. Poi forse un colpo di vento (lo penso davvero, penso sarà stato un colpo di vento!) ci fa andare precipitosamente in picchiata. Davanti a me non vedo più il cielo, ma solo un blu virtuale (è tutto fatto di grandi pixel, stile prima versione di un simulatore di volo...) Terrore. Lui dopo un tentativo goffo di raddrizzare la cloche tenta di buttarsi giù. Io sento le lacrime, l'angoscia, sento che sta finendo tutto. Poi lo prendo per il braccio, lo tengo con me, cerco di raddrizzare questo maledetto aereo senza ali. A fatica ci riesco e atterriamo nel primo posto utile. Era l'Egitto.

d'inverno

Suoni e odori lontani che ti muovono i capelli. Persone lontane che ti accarezzano. È un'orgia di emozioni senza significato, che ti svuota la mente. È la consolazione che ti fa piangere e ti asciuga le lacrime, se chiudi gli occhi la senti che ti sfiora le labbra e gli zigomi e ti solletica le ciglia.
È un cuscino che ti appesantisce piacevolmente, che si confonde con la forza di gravità e continuamente ti fa perdere l’equilibrio e ti sostiene. Ti spinge e ti accoglie, ti lascia nudo e poi ti avvolge. Brividi e tepore che ti fanno sorridere. Vibrazioni impercettibili che ti sollevano, ti sospirano all’orecchio parole che non vuoi capire, ti baciano sul collo, ti solleticano la barba. Ti isolano dal freddo di dicembre con discrezione, incostanti, così che puoi goderle senza abituartici. Scirocco d’inverno.